Saharawi

2005

   
Un campo profughi non è solo una distesa di precarietà: è una metafora concreta della sofferenza, della mancanza assoluta di possesso, dell'esilio. Ma nei campi profughi saharawi intorno alla città algerina di Tindouf, dove questo popolo cacciato dalla sua terra, il Sahara Occidentale, abita e attende da trent'anni una soluzione per la sua decolonizzazione incompiuta, la vita assume forme inaspettate: i militari preparano il tè per gli ospiti stranieri e parlano di sé come fossero in famiglia; i bambini sanno ridere e giocare; le donne imparano l'informatica e la fotografia; gli uomini lavorano volontariamente per un governo esiliato che non ha perso la speranza di tornare nella propria terra. Basterebbero i volti dei saharawi per introdurci alla storia dimenticata di un popolo. Mentre le immagini dai campi profughi ci dicono che è possibile essere e diventare uomini anche nelle emergenze più assurde e interminabili.

Per questo ho voluto ritrarli: per tentare di fermare questo loro sentimento così singolare, un misto di rabbia e di voglia di costruire il futuro. Sfidando l'incertezza. E chi li vorrebbe passivi e disperati.