Tamil Nadu

2006

   
Tamil Nadu. Sud-est dell'India. La regione non è tra quelle tipiche delle destinazioni turistiche, non ricorda né le spiagge esotiche del Kerala, né i palazzi reali del Rajastan, e nemmeno le avveniristiche città-capitali indiane.
E' una regione rurale, dove il tempo sembra essersi fermato, dove i campi sono arati con i buoi e le donne piantano il riso indossando coloratissimi sari. Dove il mare è difficile, il pesce scarso e le barche vengono trainate a braccia fuori dall'acqua. Dove durante il periodo dei monsoni campi e villagi vengono allagati dalle piogge copiose, impedendo gli spostamenti, il lavoro nei campi, la pesca, il cucinare all'aperto con la legna – come è d'uso – e soprattutto il regolare svolgimento di tutte le attività, compresa la scuola.
Ma, in particolare, è la regione in India dove lo Tsunami ha colpito popolazioni e beni con violenza, provocando lesioni profonde, ancora oggi, a due anni di distanza, visibili. Con l'effetto di sommare ai mille problemi quotidiani di questa terra, tutti quelli conseguenti ad una tragedia di quelle proporzioni.
L'onda violenta ha distrutto tutto: case, barche, scuole, strade, linee elettriche, lasciando dietro di sé cumuli di macerie, che sono ancora lì, e morte, tanta morte. Ci raccontano che i cadaveri erano ovunque, irriconoscibili, gonfi d'acqua. I bambini tutti uguali, si potevano distinguere solo dagli abiti. Hanno raccolto, quasi in uno stato di shock, migliaia di corpi e riempito meccanicamente fosse comuni, per evitare il pericolo di epidemia. ("Potevi solo pensare a quanto la vita improvvisamente valga poco", racconta Joe Velu, direttore del PDA, una ong indiana di Madurai, tra le prime ad accorrere sul luogo del disastro, in particolare, qui nel sud del distretto di nagapattinam, "quando siamo giunti sulla strada costiera principale, che dista circa tre chilometri dal mare, i sopravvisuti ci sconsigliavano di avanzare verso la costa e verso i villaggi di pescatori, e di rimanere lì a prestare i soccorsi, come stavano facendo altri, che scaricavano cibo e vestiti sul bordo della strada.". "per fortuna abbiamo proseguito. Lo spettacolo che ci attendeva è imposibile da descrivere o da immaginare. Pensavo di avere visto l'uomo nelle sue condizioni peggiori, in tanti anni di attività nelle bidonville di Madurai, ma non era così. Abbiamo dovuto pensare ai morti ed ai vivi. Dare i primi aiuti, ma anche lavorare subito per il ritorno ad una vita normale, il più possibile attiva, per evitare che gli aiuti, numerosi, ma spesso consistenti in generi inutili, lasciassero le persone in uno stato di apatia." Lentamente la ripresa ed il lavoro di quanti operano per l'assistenza alle popolazioni colpite, sta dando i suoi frutti. Ma deve fare i conti, però, con gli effetti prodotti dallo tzunami e con la natura di questa regione.)
(E lentamente il grande sforzo di riprendere una vita normale, facendo i conti con una realtà già molto difficile anche prima dello tzunami).
Il mare, stravolto dall'onda è stato come arato e il pesce è scarso. Spesso il ricavato della vendita non basta a ripagare il gasolio dei piccoli motori e, nel periodo monsonico, a sfamare le famiglie. Così i pescatori si spingono oltre le acque territoriali indiane, con il rischio di diventare bersaglio della marina miltare cingalese, in una battaglia tra poveri.
Ma, diversamente da quello che le immagini di due anni fa ci hanno ripetutamente proposto, lo tzunami non è stata solo una tragedia che ha colpito i villaggi sul mare, ma anche le popolazioni agricole costiere. Il mare ha invaso i campi sino a due chilometri dalla costa, inquinando con l'acqua salata i suoli e le risaie ancora oggi in parte non coltivabili, o il cui prodotto non è del tutto commestibile. Ci si chiede se le condizioni di vita siano peggiorate, e stranamente ci rispondono di no. Prima del 26 dicembre 2004, le popolazioni vivevano molto, molto peggio. La maggioranza delle imbarcazioni della pesca, così come i campi coltivabili, appartenevano a pochi. La stragrande maggioranza degli uomini, delle donne e dei bambini, era impiegata in un lavoro sottpagato, che non assicurava il minimo giornaliero per poter mangiare sempre. Ed ancora oggiè così, con qualche piccola differenza. Gli aiuti internazionali sono costituiti in buona parte in nuove barche per i pescatori, tutti i pescatori, anche quelli che prima non le possedevano. Con l'effetto positivo di librearli da una posizione di miseria e di farli diventare proprietari. Il pesce certo è poco, ma le donne si sono organizzate per andare a venderlo lungo la strada principale o, nei migliore dei casi, al mercao in città. Grazie alla patente di guida che qualcuna di loro ha ottenuto – seguendo i corsi delle associazioni – e ai piccoli motocarri assegnati. Un primo passo verso una vita migliore.