(s)COMPOSIZIONI

I simboli di Roma a 360 gradi
La scomposizione analizzando e smontando elementi per procurare un nuovo punto di osservazione
ravvicinato sull’insieme, che l’osservatore può idealmente e visivamente ricomporre per avere un
quadro della situazione più completo; si può scoprire l’Universale nel particolare...






























Fabio De Benedettis (Roma, 1969), si è formato tra l’Italia e Londra dove lavora fino al 2002, chiarendo i suoi interessi per la ritrattistica, il reportage essenzialmente con sensibilità sociale e realizzando fotografia autoriale. Il suo percorso più incisivo è dispiegato in due parallele: una reportagistica, di viaggio, con attenzione – abbiamo detto – sociale; una, sempre più predominante, simbolica e speculativa. In questa seconda linea si colloca la serie (s)COMPOSIZIONI in mostra. Si tratta di una selezione e trattazione dei simboli di Roma: a 360°, letteralmente. Non entro nel dettaglio, qui, relativamente alla scelta di questi precisi emblemi, di cui ci racconta perfettamente egli stesso e che sono ben presenti nella memoria personale e collettiva di molti di noi, nonché nella Storia. Li indico, però, per chiarire questa mia critica: abbiamo una foglia di platano, selezionata tra le più belle staccatesi dagli innumerevoli alberi piantati in città e fuori, così come un ago di pino; un cosiddetto quartino, ovvero una brocca di vetro detta il tubbo; il tipico pane locale, la ciriola; un distintivo elemento di lastricato stradale, il sampietrino, o sanpietrino; una componente delle fontanelle pubbliche, quel nasone che tanto le caratterizza; la croce cristiana, che si ritrova quasi ovunque nella Capitale, con la presenza di più di 900 Chiese... Quel che è interessante annotare è il carattere della ricerca di De Benedettis che si basa sull’attivazione – ed, evidentemente, il palesamento – di riflessioni ampie a partire dalla “cosa” fotografata: per conoscerla meglio attraverso una separazione certosina di tutti i suoi 6 lati e una ideale ricomposizione. Nel dettaglio: l’autore prende – concretamente – ogni soggetto motivo del suo interesse analitico e lo posiziona con uno sfondo bianco che ne annulla ogni altra attinenza; la luminosità di quel chiarore e la neutralità del fondo permettono una buona concentrazione, come quando si eliminano i rumori di fondo in una registrazione sonora. Ora tutto è pronto per andare avanti: Fabio De Benedettis scatta; poi scompone il soggetto fotografato nelle sue facce costitutive: ecco il sanpietrino, categorico nella sua pesantezza, avanti, dietro, nei lati, sopra, sotto; ecco, anche, la forma ad imbuto del tubbo di vetro, e i più esili, flessibili aghi delle pinacee... La sua è una traduzione visiva bidimensionale di un oggetto tridimensionale – una metodologia non lontana dalla rappresentazione architettonica – e la volontà che sostiene questa pratica ricalca un po’ quella dei bambini, che disarticolano il giocattolo per vedere come funziona davvero. Fabio lo fa ma si allontana del tutto dal ludico; la sua è un avvicinamento il più possibile all’illusione del vero, un vero molto persistente – per citare Einstein –, tanto che le foto ripropongono tutto a grandezza naturale. Quell’1:1 consente un’indicazione precisa: il materiale è un pezzo del reale più di quel che già non ci consente l’azione della Fotografia. Questa investigazione ravvicinata e dal carattere quasi archivistico, può persino apparire una branca anatomopatologica ma non scoprirà nulla di corrotto, nulla che non va; al contrario: testimonierà che è tutto lì, al suo posto, e che, semplicemente, nell’uno c’è già sottinteso il tutto; ci indica, anche, metaforicamente la possibilità di scoprire l’Universale nel particolare. Questa operazione è importante soprattutto per questorespiro sia concettualistico sia lirico, persino trascendentale: in questa apparente aporìa (tra una... cosa intesa più come mentale e una più come paradigmatica e spirituale) sta la sua validità poetica, mai disgiunta – aggiungiamo – dalla bellezza del suo palesamento. Queste foto sono accattivanti nelle loro minimali raffigurazioni, essenziali e significanti. Mostrano, dimostrano ma lasciano schiusa ogni interpretazione in un riassunto mirabile tra forma e contenuto. (s)COMPOSIZIONI, dicevamo: e il riassemblamento? Questo compito è la responsabilità che l’autore lascia al pubblico. L’opera, come tutte quelle dell’arte, è generosa, democratica, mai snobistica – checché alcuni dicano – perché è più aperta (definizione di Umberto Eco, 1962) di quel che si crede: si nutre, cioè, di un coinvolgimento dell’osservatore che qui non è fisico ma intellettivo. Nel caso di questa serie di opere fotografiche, l’azione psichica e cerebrale sta nel riconoscere l’oggetto, nell’individuarlo anche nelle sue singole parti e nel riunirle idealmente nella totalità di riferimento. Io azzardo una lettura anche sociopolitica: che egli indirettamente ci stia indicando qualcosa? Che sta anche a noi tenere congiunta e preservata la città, la sua collettività e umanità – e per estensione, quindi, noi stessi – a partire dall’integrità delle sue parti, anche più piccole, ma importanti?

Barbara Martusciello