Slit in the dark

“Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce.”

Platone


Fabio De Benedettis è artista che da anni ha concentrato la sua ricerca fotografica sull’analisi della realtà in ogni suo lato. Partendo da un’osservazione più analitica, concettualistica, in cui quasi riproduceva particelle plausibili dell’esistente, indagandone tutti gli aspetti, è passato a investigare quanto di poetico e simbolico è contenuto e si può scorgere nel mondo sensibile e in particolare in quello afferente all’ambiente: fiori, foglie, cespugli, alberature, foreste sono come lemmi del suo fraseggio a colori, reso con un più latteo biancore o – come in questa più recente produzione – ricavandolo da una variegata oscurità boschiva. L’esplorazione nei luoghi, nella Natura, è l’inizio del suo procedere, che muove da un’idea ben precisa da mostrare per immagini; seguono la scelta dell’inquadratura e dell’attimo giusti, il congelamento di quelmomento decisivo a cui si riferiva Henri Cartier-Bresson, che in De Benedettis qui si sostanzia con la densità dell’ombra e con la luce perfettamente penetrante; poi arriva lo scatto. Quindi, dopo la stampa, senza ritocco alcuno, si passa a un certosino lavoro manuale di sezionamento della superficie della foto per ottenerne porzioni successivamente posizionate una accanto all’altra a restituire una parvenza integra del panorama. Perché in verità nulla è liscio e intatto: ci sono minimi scarti, slittamenti, fuori registro che la resina, colata con attenzione e lentezza, esalta anche intensificando alcune tridimensionalità – un lembo della carta fotografica alzato – e apparenti imperfezioni e vischiosità – bolle, filamenti, graffiature – per sottolineare il work in progress, un corpo a corpo con i materiali extra-fotografici, una durata di realizzazione più dilatata e riflessiva e soprattutto una lontananza da ogni tecnicismo, profaber… Per ciascuna fotografia e opera De Benedettis agisce in tal modo, e ci vuole… il tempo che ci vuole per questo, con un enorme valore aggiunto all’ordinario iter del quotidiano, che così è trasformato, rallentato, reso più essenziale e prezioso. Attraverso questo articolato e meditativo percorso visivo e di esecuzione l’autore ci mostra grandi opere in tecnica mista che ci consegnano boschi fitti rischiarati dai raggi del sole che filtrano tra i rami. Dalle zone scure e scurissime del fogliame, dei tronchi e delle cortecce, dall’intreccio di rami, emerge il calore candido di una luce reale e simultaneamente allegorica. Sì, perché per quanto possiamo intuire,junghianamente, “l’unico scopo dell’esistenza umana è di accendere una luce nell’oscurità del mero essere”. Del resto, un passaggio dal nero al suo opposto riposa lo sguardo e principalmente conforta la mente e il cuore: in queste opere e nel cammino umano; e senza fretta è meglio, come sembra suggerire l’artista. Nel testo di una bella canzone di Leonard Cohen, un inno pacifista e di speranza, che tratta di resilienza nonostante le avversità, “Anthem”, c’è un verso che ben si attaglia anche a questa produzione di De Benedettis, ovvero quando afferma chec’è una crepa in ogni cosa, maè proprio lì, da quegli squarci,che entra la luce. Una luce alla quale l’artista ha dato un significato positivo, salvifico, purificatore, inteso filosoficamente, culturalmente, psicologicamente, antropologicamente e persino spiritualmente. È elemento platonicamente danon temere, luminescenza universale, come le dorature bizantine dei mosaici, degli affreschi, delle pale d’altare; o come l’oro che ripara le fratture senza nasconderle mai del tutto perché segni d’esperienza, d’inciampo e di riscatto, come ci insegna l’antico kintsugi. Questa calda energia che passa dalle fessure aperte tra le piante anima la scena del quadro, evidenzia il senso complessivo della figurazione, aumenta l’effetto di profondità, aiuta la percezione dell’insieme e partecipa alla creazione del rapporto tra gli opposti. Le caratteristiche di duplicità in contrapposizione – interno-esterno, dentro-fuori, positivo-negativo (questo pure dello specifico fotografico),luce-buio, bene (anche stare bene)-male (e stare male), ottimismo-pessimismo, infine speranza-sfiducia – sono tutte lì, tra gli alberi, nelle immagini a collage fotografico, nelle opere. Che parlano anche di ambiente, oltre che di umanità: in entrambi i casi, che sono sempre collegati, con un viatico di incrollabile, benefico buon auspicio.

Barbara Martusciello